Election Day 2018. L’iniziativa popolare e il referendum negli Stati Uniti

In queste ore negli Stati Uniti d’America milioni di persone si stanno recando alle urne. In un’unica tornata elettorale saranno rinnovati Camera e Senato federali con la scelta di 35 nuovi senatori e 435 deputati. Saranno inoltre eletti ben 6,097 parlamentari a livello statale in rappresentanza di 87 camere (82% di tutti i seggi), 36 governatori, 30 vice-governatori, 30 procuratori generali, 27 segretari di stato e 180 altre figure apicali nelle amministrazioni statali come tesorieri, sovrintendenti scolastici e commissari di autorità indipendenti. Senza contare decine di ruoli giudiziari. Alle cariche statali vanno aggiunti diverse migliaia di rinnovi di carica per amministratori locali quail sindaci, consiglieri, assessori o giudici di primo grado che presteranno servizio nelle città e nelle contee americane. Per capirci, il totale degli amministratori pubblici stimati negli USA si aggira intorno ai 519,000 in rappresentanza di 87,576 enti pubblici di vario tipo.

L’Election Day è dunque una gigantesca operazione elettorale ma nel contempo è anche molto di più. È la democrazia che da ai votanti la possibilità di decidere direttamente su tantissime questioni che riguardano le loro vite.

I cittadini di 37 Stati federali si stanno esprimendo direttamente anche su 155 quesiti referendari (le cosiddette “ballot measures”). Di questi ben 64 sono di iniziativa popolare e per essere presentati hanno avuto bisogno di un supporto totale di 11,110,180 firme valide di elettori registrati. I rimanenti quesiti riguardano consultazioni obbligatorie su emendamenti delle costituzioni statali oppure referendum confermativi su leggi ordinarie approvate dagli organi rappresentativi. Non si pensi che sia una situazione straordinaria. Il numero di consultazioni è infatti in linea con i referendum che si sono tenuti in occasione delle elezioni generali del 2016.

Tra i temi referendari più frequenti di questo Election Day emergono temi di grande rilievo politico, ad esempio le scelte sui sistemi elettorali riguardanti le regole di definizione dei collegi elettorali, le condizioni per l’esercizio del diritto di voto, il finanziamento alle campagne elettorali e/o referendari e il codice etico degli eletti (20 quesiti in 15 diversi stati), sull’uso della cannabis per uso medico o ricreativo (7 quesiti), sul livello di imposizione fiscale (8 quesiti), sull’estensione della copertura sanitaria Medicaid e delle politiche sanitarie (5 quesiti), sulla forme di tutela delle vittime di crimini (6 quesiti), sull’energia ed in particolare sull’uso di energia fossile e rinnovabile (4 quesiti), sull’aborto (3 quesiti inerenti l’esercizio del diritto all’aborto e il finanziamento pubblico alle strutture mediche) e sul reddito minimo (2 quesiti).

Negli Stati Uniti i referendum sono una cosa seria e tutti devono farci i conti. Nel 2018 ad esempio le varie campagne referendarie hanno raccolto finanziamenti che hanno superato la soglia del miliardo di dollari, denaro speso al fine di appoggiare oppure contrastare i diversi quesiti referendari. Lo Stato dove si è speso di più è la California, fra i pionieri nell’utilizzo degli strumenti referendari, nonché lo Stato di riferimento per la politica nazionale riguardo alle iniziative popolari basate sui temi più “progressive” ma anche per le iniziative referendarie locali, basti pensare che negli ultimi due anni nelle città e nelle contee della quinta potenza economica mondiale si sono svolte più di 500 votazioni popolari. Nella sola California sono stati raccolti circa 370 milioni di dollari per il finanziamento delle campagne referendarie. L’iniziativa che ha attirato la maggior quantità di finanziamenti è la “Proposition 8” (intitolata “Limits on Dialysis Clinics’ Revenue and Required Refunds Initiative”), una proposta che mira a limitare i profitti delle cliniche che offrono il servizio dialisi e punta ad obbligarle a reinvestire i profitti oltre una certa soglia nel miglioramento del servizio stesso. Più di 100 milioni di dollari sono stati raccolti anche in merito al quesito referendario che propone assicurare a città e contee la possibilità di emettere autonomamente ordinanze per fissare un tetto al caro affitti.

Gli altri stati dove sono stati raccolti cospicui finanziamenti sono Nevada, Washington, Florida e Colorado. Di particolare interesse il caso del Nevada, dove troviamo la terza iniziativa in ordine di finanziamenti raccolti. Si tratta della “proposition 3” per liberalizzare il mercato dell’energia ed eliminare i monopoli nel settore energetico, la quale ha raccolto un totale di 97 milioni tra favorevoli e contrari.

A partire da tutti questi numeri che considerazioni possiamo fare?

Prendo spunto da uno studio del professor John Matsusaka, autore della pubblicazione “For the many or the few”, nella quale è stata rilevata una serie di costanti che riassumo di seguito e che trovano riscontro in studi analoghi effettuati in atenei svizzeri come l’Università di Zurigo e di Basilea.

In primo luogo, nei decenni monitorati nello studio di Matsusaka, le votazioni popolari su quesiti proposti dai cittadini hanno avuto un impatto significativo sui governi statali e locali. Stati che nel proprio ordinamento prevedono l’iniziativa popolare (referendum propositivo su iniziativa dei cittadini) hanno speso meno e applicato un’imposizione fiscale minore rispetto agli stati che non prevedono i medesimi strumenti referendari. In secondo luogo, i sondaggi d’opinione svolti nel medesimo periodo hanno mostrato che la maggioranza delle persone ha supportato questi cambiamenti nelle politiche pubbliche: gli elettori hanno espresso la volontà di abbassare la spesa pubblica in generale, di aumentare la capacità di spesa a livello locale e di riconoscere più fiducia nei sistemi di riscossione basati sulle tariffe per il singolo servizio pubblico rispetto a un’imposizione fiscale di tipo generale. I fatti evidenziati nella ricerca escludono quindi l’ipotesi che gli strumenti referendari consentano a interessi particolari di distorcere le politiche pubbliche a danno delle esigenze e dei bisogni della popolazione. Al contrario, gli strumenti referendari – dove sono previsti ed esigibili – consentono alla cittadinanza di perseguire interessi diffusi e non quelli di gruppi ristretti rendendo il sistema sociale ed economico più giusto e più efficiente.

In Trentino, fino a poche settimane prima delle elezioni la richiesta popolare di rendere accessibile il diritto a promuovere referendum è stata ostacolata dalla quasi totalità delle forze politiche presenti in Consiglio. Un ostruzionismo che ha persino impedito l’adeguamento minimo della legge trentina agli standard vigenti in provincia di Bolzano, dove i diritti referendari sono esigibili. Tra i luoghi comuni più utilizzati per giustificare la negazione dei diritti dei cittadini, i politici nostrani hanno citato alcune frasi fatte, tipo che “non è possibile convocare referendum per ogni decisione” oppure che  “pochi deciderebbero per molti”. Il caso americano dimostra l’esatto contrario. Innanzitutto, i cittadini (quasi sempre per mezzo dei corpi intermedi) si attivano solo quando lo reputano necessario (caro affitti, qualità delle cure, etc.) e non certo per ogni decisione. Inoltre, i votanti che si recano alle urne fanno gli interessi dei più e non certo quelli di singoli gruppi di interesse, i quali, invece, preferiscono fare attività di lobbying lontano dalle luci dei media e dall’attenzione dell’opinione pubblica.

Per concludere, se c’è una cosa che l’esempio americano dimostra è che laddove è riconosciuto il diritto a promuovere referendum, la pubblica amministrazione è più efficiente. Basterebbe questo per far capire perché dobbiamo fare in modo che anche in provincia di Trento tale diritto sia riconosciuto ed esigibile. Ecco dunque una delle priorità di questa consiliatura. Solo con la partecipazione diretta dei cittadini la politica può dare risposte soddisfacenti e durature all’intera popolazione e non a pochi selezionatissimi “amici degli amici”.

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